martedì 20 settembre 2011
fra intendimenti
- Buongiorno...
- Buongiorno!
- Mi dia 'il fatto quotidiano'
- Oggi non esce!
- Non le ho chiesto 'oggi', le ho chiesto il fatto...il giornale!
- Ah, 'il giornale'! Ecco a lei...
- No...non 'il giornale'. Il giornale che si chiama 'il fatto quotidiano'
- Ah, oggi non esce!
- Va beh ho capito...mi dia 'la Repubblica'
- Se vabeh...e chi so', Napolitano?
Aspettare
Parlerei un attimo di attesa. Tipo quando vorresti che ti arrivasse un messaggio che non arriva, e stai lì a guardare il telefono ogni 10 minuti. E quando poi ti arriva un sms il tuo sguardo si illumina. Che poi vai a leggere ed è l'offerta di una macchina da comprare a rate lustrali, o di un sacco di partite di calcio solo per te.
Roland Barthes scriveva così, in Frammenti di un discorso amoroso :
"L’attesa è un incantesimo: io ho avuto l’ordine di non muovermi. L’attesa di una telefonata si va intessendo di una rete di piccoli divieti, all’infinito, fino alla vergogna: proibisco a me stesso di uscire dalla stanza, di andare al gabinetto, addirittura di telefonare (per non tenere occupato l’apparecchio): per la stessa ragione io soffro se qualcuno mi telefona; l’idea di dover uscire tra poco, correndo così il rischio di essere assente al momento dell’eventuale chiamata riconfortante, del ritorno della madre, mi tormenta. Tutti questi diversivi sono dei momenti perduti per l’attesa, delle impurità d’angoscia, poiché, nella sua purezza, l’angoscia dell’attesa esige che io me ne stia seduto in una poltrona con il telefono a portata di mano,senza far niente."
Bisognerebbe avvertire Roland che, come diceva non mi ricordo chi, l'unico modo per far accadere una cosa è non aspettarsela. Una frase che non è vera, dal punto di vista della storia. Ma dal punto di vista delle persone sì.
Mi spiego con un esempio:
Roland Barthes scriveva così, in Frammenti di un discorso amoroso :
"L’attesa è un incantesimo: io ho avuto l’ordine di non muovermi. L’attesa di una telefonata si va intessendo di una rete di piccoli divieti, all’infinito, fino alla vergogna: proibisco a me stesso di uscire dalla stanza, di andare al gabinetto, addirittura di telefonare (per non tenere occupato l’apparecchio): per la stessa ragione io soffro se qualcuno mi telefona; l’idea di dover uscire tra poco, correndo così il rischio di essere assente al momento dell’eventuale chiamata riconfortante, del ritorno della madre, mi tormenta. Tutti questi diversivi sono dei momenti perduti per l’attesa, delle impurità d’angoscia, poiché, nella sua purezza, l’angoscia dell’attesa esige che io me ne stia seduto in una poltrona con il telefono a portata di mano,senza far niente."
Bisognerebbe avvertire Roland che, come diceva non mi ricordo chi, l'unico modo per far accadere una cosa è non aspettarsela. Una frase che non è vera, dal punto di vista della storia. Ma dal punto di vista delle persone sì.
Mi spiego con un esempio:
domenica 11 settembre 2011
io...te...mio...tuo...che differenza fa?
Succede che durante un concerto piuttosto movimentato, sotto al palco, si poghi. Così ti trovi a spingere (ed essere spinto) a destra e a sinistra (anche contemporaneamente), a schivare persone lanciate a tutta velocità, a non riuscire a schivarle, a cadere per terra e farti rialzare dalla prima mano porta verso di te (che poi ti darà una pacca sulla spalla, a significare:"si riparte!"), quindi a fare comunella con un tipo mezzo ubriaco e mezzo brillo che ha deciso di sollevare chicchessia sopra la folla per poi passarlo alle mani alzate più vicine.
Però succede anche che il cellulare riposto nella tasca, nella baraonda generale, salti fuori per depositarsi a terra, là dove molto probabilmente in breve tempo passerà una gran quantità di piedi appartenenti a persone impegnate nelle suddette attività. Se sei fortunato te ne accorgi subito e, per quanto rischioso sia, decidi di abbassarti per cercare, nel buio, di recuperarlo. Un altro ragazzo si è accorto dell'accaduto e comincia ad aiutarti. Uno, in piedi, prova a deviare le persone che si lanciano nella direzione dell'altro, accovacciato a cercare. Poi, visti gli scarsi risultati della caccia, vi accovacciate entrambi, lasciandovi però senza difesa. Tra urla, spintoni e piedi imprevedibili trovi un pezzo del cellulare, poi l'altro, aiutandoti con la luce del tuo cellulare. Poi restituisci i pezzi all'altro ragazzo che ti dà un pacca sulla spalla, a significare: "si riparte!"
mercoledì 7 settembre 2011
La lotteria dei calci di rigori (una bozza pubblicata ora, non so perché)
Io non sono proprio d'accordo coi rigori. Prima era solo una sensazione. Come quando la pensi in un certo modo ma non te ne sei ancora accorto. Poi ci sono stati i mondiali in Sud Africa, nel 2010. C'è stato il quarto di finale Ghana-Uruguay. Succede che all'ultimo secondo dei tempi supplementari stanno pareggiando 1-1. Un gol ora sarebbe esiziale per chi lo subisca. C'è tempo solo per un ultimo attacco ghanese. La palla viene crossata al centro e dopo un batti e ribatti il portieri è fuori dai pali, un ghanese tira di testa e lo supera: la palla sta finendo in porta. Ma fra i pali ci stanno due giocatori uruguayani, uno di loro dà un pugno al pallone e gli impedisce di entrare. Mi viene da dire "era gol", non "sarebbe stato gol". Perché il condizionale non andrebbe bene, anzi non va bene, nel caso in cui la condizione non dovrebbe, non deve, essere presa in considerazione. E un giocatore che prende la palla con la mano sulla linea di porta, sapendo poi di essere espulso, non dovrebbe, non deve esistere.Però lo fa. è un fuorilegge. E infatti viene espulso. Rigore per il ghana.
martedì 6 settembre 2011
vetri
Aspettate un attimo. Due righe giusto per dire che è finita l'estate e tutto sta ricominciando. Sì, certo, lo so che lo sapete già. Sì, so anche che voi sapete che io so che lo sapete. E potremmo andare avanti così all'infinito. Però certe cose è meglio dirle, ne ho sentito il bisogno. Mica posso pubblicare un post così, a settembre, dopo l'ultimo che chissà di quand'era. Avrei potuto, però. Ecco, quel però mi ha fatto scrivere queste quattro righe. Per informarci che è iniziato settembre, che è un po' il lunedì dei mesi. Magari così vi auguro anche un buon inizio settimana. Ché sabato è lontano, circa 8 mesi.
Che poi, durante l'estate decumputerizzata, di post (posts?) me ne sono venuti in mente un po', però. Questo è fresco fresco, tipo di ieri (che non so quanto sia meglio: mi sa che i post sono più come il vino che come il pane. Vanno fatti stagionare. Anche se a pensarci è paradossale. Lasciamo, magari a un altro post, questo discorso,va.)
Mi è capitato un collegamento ipertestuale, e ve lo spiego. Stavo leggendo Due di Due, e in particolare questa frase qua:
Che poi, durante l'estate decumputerizzata, di post (posts?) me ne sono venuti in mente un po', però. Questo è fresco fresco, tipo di ieri (che non so quanto sia meglio: mi sa che i post sono più come il vino che come il pane. Vanno fatti stagionare. Anche se a pensarci è paradossale. Lasciamo, magari a un altro post, questo discorso,va.)
Mi è capitato un collegamento ipertestuale, e ve lo spiego. Stavo leggendo Due di Due, e in particolare questa frase qua:
sabato 6 agosto 2011
Esaminato
A inizio luglio stavo preparando l'esame di filologia italiana. Fra le altre cose, in programma, c'era tutto l'inferno di Dante. L'unica persona con un po' di tempo e un bel po' di pazienza per ascoltarmi era mia madre. Lei tornava da lavoro nel pomeriggio e sapeva che verso le cinque mi sarei presentato da lei con il libro di Dante, o con lo schema dei canti. Il canto da analizzare lo sceglieva lei, o aprendo a caso l'inferno oppure, soprattutto dopo un po' di tempo dopo (quando il caso sceglieva sempre più spesso canti già letti), leggeva lo schema e con tono quasi pettegolo mi chiedeva di parlare di qualche tipo di peccatore in particolare. Quindi iniziavo a parafrasare e spiegare e lei ascoltava volentieri, ponendo domande di tanto in tanto. A volte dovevo inseguirla con il libro nelle camere in cui andava, cercavo di intuire se mi stesse ascoltando mentre metteva a posto o cucinava; altre volte, ed ero molto più contento, si sedeva vicino a me e rispondeva al telefono solo per dire "ti richiamo dopo". Così dalle cinque alle sette, per due settimane, c'era la lectio dantis.
Una volta finito di parlare dell'inferno, sudato e appicicoso, andavo in terrazza a fumare. In condominio stavano facendo i lavori, quindi il suo perimetro era circondato di impalcature. C'erano impalcature anche su un lato,quello che sopra ha la soffitta, del mio terrazzo, e di mattina ci camminano gli operai, lasciando qua e là gli oggetti che hanno usato: una scala, una scopa, una bottiglia d'acqua... I vasi che stavano in terrazza ora sono tutti ammucchiati al centro, per lasciar libero il perimetro interno. Quindi, una volta finito di parlare di Dante, sudato e appiccicato, mi sedevo sul pavimento sporco del terrazzo, mi appoggiavo con la schiena sul muro senza intonaco e fumavo una sigaretta. Mia madre intanto aveva iniziato a fare le telefonate che aveva lasciato in sospeso e fra poco uscirà in terrazza, con le mani occupate da qualche oggetto, la spalla che spinge il telefono sull'orecchio, e mi lancerà un'occhiata allo stesso tempo bonaria e di rimprovero perché sto fumando. Certe mamme non accettano che i figli crescano. Io le risponderò "dopo Dante ci vuole". E in effetti, dopo aver parlato per due ore dell'inferno, ci vuole:
sono le sette di metà luglio, non fa troppo caldo o almeno, sudato come sono, quel poco vento che c'è riesce a rinfrescare e lo scenario di impalcature e di oggetti lasciati a riposare in attesa del giorno seguente è complice, e mi conforta. Mi chiedo come sarà quando avrò dato l'esame.
Poi è arrivato il 20 luglio e ho dato l'esame. Poi sono stato 10 giorni in viaggio, un po' in Croazia e un po' in Bosnia.
Ora sono tornato a casa. Mi siedo in terrazza a fumare. Hanno portato via gli oggetti e smontato le impalcature. I vasi sono ancora lì al centro senza più un motivo. Sembra il secondo tempo di un film che era finito già al primo. Senza attori e set, senza luci e suoni giusti. Immaginavo che dopo sarebbe stato così.
E io fumo a salve.
Una volta ho iniziato a spiegare il terzo canto a mia nonna: "allora ci sta Dante che sta per entrare nell'inferno, in cima alla porta ci stanno scritte parole poco rassicuranti infatti. Però c'è Virgilio che lo prende proprio per mano per farlo entrare". "Ma che è 'na barzelletta?" mi ha chiesto mia nonna.
Una volta finito di parlare dell'inferno, sudato e appicicoso, andavo in terrazza a fumare. In condominio stavano facendo i lavori, quindi il suo perimetro era circondato di impalcature. C'erano impalcature anche su un lato,quello che sopra ha la soffitta, del mio terrazzo, e di mattina ci camminano gli operai, lasciando qua e là gli oggetti che hanno usato: una scala, una scopa, una bottiglia d'acqua... I vasi che stavano in terrazza ora sono tutti ammucchiati al centro, per lasciar libero il perimetro interno. Quindi, una volta finito di parlare di Dante, sudato e appiccicato, mi sedevo sul pavimento sporco del terrazzo, mi appoggiavo con la schiena sul muro senza intonaco e fumavo una sigaretta. Mia madre intanto aveva iniziato a fare le telefonate che aveva lasciato in sospeso e fra poco uscirà in terrazza, con le mani occupate da qualche oggetto, la spalla che spinge il telefono sull'orecchio, e mi lancerà un'occhiata allo stesso tempo bonaria e di rimprovero perché sto fumando. Certe mamme non accettano che i figli crescano. Io le risponderò "dopo Dante ci vuole". E in effetti, dopo aver parlato per due ore dell'inferno, ci vuole:
sono le sette di metà luglio, non fa troppo caldo o almeno, sudato come sono, quel poco vento che c'è riesce a rinfrescare e lo scenario di impalcature e di oggetti lasciati a riposare in attesa del giorno seguente è complice, e mi conforta. Mi chiedo come sarà quando avrò dato l'esame.
Poi è arrivato il 20 luglio e ho dato l'esame. Poi sono stato 10 giorni in viaggio, un po' in Croazia e un po' in Bosnia.
Ora sono tornato a casa. Mi siedo in terrazza a fumare. Hanno portato via gli oggetti e smontato le impalcature. I vasi sono ancora lì al centro senza più un motivo. Sembra il secondo tempo di un film che era finito già al primo. Senza attori e set, senza luci e suoni giusti. Immaginavo che dopo sarebbe stato così.
E io fumo a salve.
Una volta ho iniziato a spiegare il terzo canto a mia nonna: "allora ci sta Dante che sta per entrare nell'inferno, in cima alla porta ci stanno scritte parole poco rassicuranti infatti. Però c'è Virgilio che lo prende proprio per mano per farlo entrare". "Ma che è 'na barzelletta?" mi ha chiesto mia nonna.
Ci sono rimasto male
Tanto tempo fa, ci rimasi male. Ero in macchina, portato chissà dove da mia madre. Ci rimasi male perché la maggior parte delle cose che vediamo ce le dimentichiamo. Ci rimasi male perché l'edificio della memoria era mal progettato, e piuttosto fatiscente. C'erano delle stanze che, per quanto cercassi, non riuscivi più a trovare. C'erano stanze con porte difettose, e c'erano stanze ingannatrici che conservavano ricordi di cose mai accadute o accadute diversamente.
Ero in macchina con mia madre e ci rimasi male perché la maggior parte delle cose che vediamo ce le dimentichiamo. Allora decisi di ricordarmi per sempre qualcosa che altrimenti sarebbe scomparso dalla mia vita. Un capriccio lecito per un bambino di otto anni. Ero arrabbiato con la memoria. Come si permetteva di dimenticare? A volte contro la mia volontà per giunta. Che diritto ne aveva? Mi guardai intorno, non troppo intorno in effetti: fissai gli occhi sulla macchina davanti a me. Lessi la sua targa e decisi di ricordarmela, per sempre. Avevo sfidato la memoria.
Mi chiedevo se sarei riuscito a ricordarla davvero. Quante erano state le cose che mi ero promesso, senza mantenere, di ricordare? Quante cose ben più utili avevo dimenticato? Decisi di riportala alla mente ogni tanto, per togliere la polvere dalle lettere e dai numeri che altrimenti sarebbero diventati illegibili. Iniziai a custodirla con cura in qualche camera della memoria.
Ora, però, di quella targa non so che farmene. è già un po' che ho deciso di non spolvelarla più, nella speranza che briciole e pezzi di ricordi che si sgretolano la ricoprano. Così che lo spazzino, passando di tanto in tanto a mettere in ordine, la porti via senza farci caso, la getti sbadatamente nel mucchio della spazzatura. Invece è ancora lì. Come se, al contrario, lo spazzino, obbediente al bambino di otto anni, passi ogni giorno solamente per lei, dia una lustrata a quella targa appesa ben in vista sul muro, mentre ricordi spezzati sono ammucchiati sul letto, altri sono diventati polvere fra le pagine dei libri, tacendo-necessariamente- di quelli portati via attraverso la finestra aperta dal vento, entrato e uscito come il ladro che è stato.
Così quando giro per quel fatiscente edificio in cerca di qualcosa di importante, quando mi chino a terra cercando sotto il tappeto, o salgo su una scala per cercare tra le pagine dei libri, sporcandomi e trovando nient'altro che cenere, briciole e polvere, l'occhio non può fare a meno di cadermi su quella targa, su quei numeri e quelle lettere nere su sfondo bianco. La cera passata dallo spazzino le dà un tocco decisamente pacchiano.
Ero in macchina con mia madre e ci rimasi male perché la maggior parte delle cose che vediamo ce le dimentichiamo. Allora decisi di ricordarmi per sempre qualcosa che altrimenti sarebbe scomparso dalla mia vita. Un capriccio lecito per un bambino di otto anni. Ero arrabbiato con la memoria. Come si permetteva di dimenticare? A volte contro la mia volontà per giunta. Che diritto ne aveva? Mi guardai intorno, non troppo intorno in effetti: fissai gli occhi sulla macchina davanti a me. Lessi la sua targa e decisi di ricordarmela, per sempre. Avevo sfidato la memoria.
Mi chiedevo se sarei riuscito a ricordarla davvero. Quante erano state le cose che mi ero promesso, senza mantenere, di ricordare? Quante cose ben più utili avevo dimenticato? Decisi di riportala alla mente ogni tanto, per togliere la polvere dalle lettere e dai numeri che altrimenti sarebbero diventati illegibili. Iniziai a custodirla con cura in qualche camera della memoria.
Ora, però, di quella targa non so che farmene. è già un po' che ho deciso di non spolvelarla più, nella speranza che briciole e pezzi di ricordi che si sgretolano la ricoprano. Così che lo spazzino, passando di tanto in tanto a mettere in ordine, la porti via senza farci caso, la getti sbadatamente nel mucchio della spazzatura. Invece è ancora lì. Come se, al contrario, lo spazzino, obbediente al bambino di otto anni, passi ogni giorno solamente per lei, dia una lustrata a quella targa appesa ben in vista sul muro, mentre ricordi spezzati sono ammucchiati sul letto, altri sono diventati polvere fra le pagine dei libri, tacendo-necessariamente- di quelli portati via attraverso la finestra aperta dal vento, entrato e uscito come il ladro che è stato.
Così quando giro per quel fatiscente edificio in cerca di qualcosa di importante, quando mi chino a terra cercando sotto il tappeto, o salgo su una scala per cercare tra le pagine dei libri, sporcandomi e trovando nient'altro che cenere, briciole e polvere, l'occhio non può fare a meno di cadermi su quella targa, su quei numeri e quelle lettere nere su sfondo bianco. La cera passata dallo spazzino le dà un tocco decisamente pacchiano.
martedì 5 luglio 2011
L'avevo intitolato 'Jane Doe, uccisa da un poliziotto'
L'immaginazione e la realtà sono due cose diverse, e fin qui ci siamo. E uno si può immaginare cose che non avverranno mai o che non esistono, ma anche cose che esistono veramente e che quindi esistono per te due volte: un'immaginazione e una realtà. Quando uno sente legge qualcosa o ne sente parlare, se lo immagina. E, quasi sempre, la realtà si rivela essere una gran fregatura rispetto all'immaginazione. Perché la realtà non la decidi tu. Secondo me quest'affare dell'immaginazione è una può funzionare anche con le persone: meno conosci una persona e più ti piace, perché meno la conosci e più te la immagini. Stavo pensando questo quando mi sono ricordato di un pezzo di Barnum, un libro di Baricco, e di un pezzo che avevo scritto un po' più di tre anni fa su un altro blog. Il pezzo di Baricco è questo
Etichette:
Baricco,
immaginazione,
Jane Doe,
realtà
lunedì 4 luglio 2011
Delirio della razionalità
L'altro giorno stavo leggendo ad una persona un pezzo di 'Watt', che è un libro di Samuel Beckett. Più assurdo del teatro dell'assurdo. Talmente razionale da risultare irrazionale. Il pezzo mi è piaciuto moltissimo, ed era questo:
"La casa era immersa nell'oscurità. Avendo trovato la porta principale chiusa a chiave, Watt andò alla porta posteriore. Non avrebbe potuto facilmente suonare, o bussare, dal momento che la casa era immersa nel buio. Avendo trovato la porta posteriore altrettanto chiusa, Watto ritornò alla porta principale. Avendo trovato la porta principale ancora chiusa, Watt ritornò alla porta posteriore. Avendo trovato la porta posteriore stavolta aperta, oh non spalancata, ma chiusa, come suol dirsi, con un semplice lucchetto, Watt fu in grado di entrare in casa. Watt fu sorpreso di trovare ora aperta la porta posteriore, chiusa solo un momento prima. Gli sovvennero per tale caso due spiegazioni. La prima era questa, che la sua competenza di porte chiuse a chiave, così di rado fallace, era risultata tale in quell'occasione, e che la porta posteriore, quando l'aveva trovata chiusa a chiave, in realtà non lo era per niente. E la seconda era questa, che la porta posteriore, quando l'aveva trovata chiusa a chiave, in effetti lo era, ma che era stata aperta in un secondo momento, dall'interno o dall'esterno, da qualcuno, nel mentre che Watt era impegnato ad andare, avanti e indietro, dalla porta posteriore a quella principale, e dalla porta principale a quella posteriore."
A questo punto la persona a cui sto leggendo, che stava ascoltando attentamente dice:
- è la seconda!
Io rimango spiazzato. Mi sarei aspettato qualsiasi commento- "è brutto", "è bello", "l'ha scritto un pazzo", "sei brutto", "sei bello", "sei pazzo", eccetera - ma mai e poi mai un'osservazione "logica". Allora mi è sembrato di stare in un film di Nanni Moretti (in uno tipo Ecce Bombo- "siamo a Roma, non a Milano: "cacare", non "cagare", la "fica", non la "figa", "sta bene" non "sta d'un bene"; o Palombella rossa: "ma come parla?? le parole sono importanti! chi parla male, pensa male, e vive male!"), e mi è venuta voglia di urlare come avrebbe fatto lui: "Perché??? perché la seconda??? come fai a dire che è la seconda?? ma soprattutto perché senti il bisogno di dire che è la seconda??? Non c'entra niente!!!".
Oltretutto il pezzo finiva così:
" Di queste due spiegazioni Watt pensò che preferiva l'ultima, in quanto era la più bella."
- Ecco, ti ho detto che era la seconda.
Etichette:
beckett,
fastidi,
nanni moretti,
watt
venerdì 1 luglio 2011
Rumori.
è un mondo dannatamente rumoroso questo. Tant'è che stavo provando a dormire e invece non ci riesco, per varie manifestazioni dello stesso motivo: il rumore. La mamma non può fare a meno di urlare al figlio che sporca ogni posto in cui va (due volte per altro, come se lo volesse dire ad ogni orecchia: "dovunque vai sporchi! dovunque vai sporchi!"); i preti, innomediddio, non possono fare a meno di far suonare quelle dannate campane ogni quarto d'ora; la tortora esibisce continuamente le ristrette capacità del suo apparato fonatorio con un "u uuu u, u uuu u, u uuu u" perpetuo; il vicino è convinto che a tutto il quartiere piaccia sentire la musica che piace a lui e quando piace a lui.
Comunque il rumore più fastidioso è quello dei semafori. Lo so, i semafori non dovrebbero far rumore. Fatto sta che oramai il verde non scatta, suona. Tu sei fermo perché il semaforo è rosso, magari hai pure fretta e aspetti impaziente il verde pronto a partire. Ma uno che suona il clacson appena vede il verde non può mancare. Io, come chiunque abbia una patente di guida (ma anche chi non ce l'ha, insomma tutti), so che quando è verde devo partire, e non parto controvoglia, non ho bisogno di qualcuno che mi sproni a partire. Allora, signore, perché suoni appena scatta il verde? Dimmelo. Vuoi far capire agli altri che ti sei accorto prima di loro? Sei il migliore, e la comunità sarebbe pronta ad ammetterlo, purché tu non suoni più quel dannato clacson. Guidare è stressante perché, oltre alle donne,esistono tizi come te.
Dunque, mentre non riuscivo a dormire ho pensato a come far desistere il signore dal suonare clacson appena vede il verde. Di seguito le mie proposte:
1. Entrare di soppiatto a casa sua durante la notte e acquattarsi vicino al suo letto. Appena suonerà la sua sveglia tirare fuori la trombetta da stadio e farla suonare nel suo orecchio ripetutamente. In seguito dirgli, anche se dubito che oramai riuscirà a sentire qualcosa (quindi scandire in un labiale chiaro) : "hai sentito? è suonata la tua sveglia, devi alzarti!"
2. Entrare con lui in ascensore. Lui arriverà al piano in cui deve scendere. A questo punto sbattere con forza i coperchi delle pentole in prossimità della sua testa, appena le porte cominceranno ad aprirsi, aggiungendo "signore, deve scendere".
Ho smesso di provare a dormire molto presto, quindi non ho elaborato altre proposte.
Iscriviti a:
Post (Atom)
