lunedì 4 luglio 2011

Delirio della razionalità

L'altro giorno stavo leggendo ad una persona un pezzo di 'Watt', che è un libro di Samuel Beckett. Più assurdo del teatro dell'assurdo. Talmente razionale da risultare irrazionale. Il pezzo mi è piaciuto moltissimo, ed era questo:

"La casa era immersa nell'oscurità. Avendo trovato la porta principale chiusa a chiave, Watt andò alla porta posteriore. Non avrebbe potuto facilmente suonare, o bussare, dal momento che la casa era immersa nel buio. Avendo trovato la porta posteriore altrettanto chiusa, Watto ritornò alla porta principale. Avendo trovato la porta principale ancora chiusa, Watt ritornò alla porta posteriore. Avendo trovato la porta posteriore stavolta aperta, oh non spalancata, ma chiusa, come suol dirsi, con un semplice lucchetto, Watt fu in grado di entrare in casa. Watt fu sorpreso di trovare ora aperta la porta posteriore, chiusa solo un momento prima. Gli sovvennero per tale caso due spiegazioni. La prima era questa, che la sua competenza di porte chiuse a chiave, così di rado fallace, era risultata tale in quell'occasione, e che la porta posteriore, quando l'aveva trovata chiusa a chiave, in realtà non lo era per niente. E la seconda era questa, che la porta posteriore, quando l'aveva trovata chiusa a chiave, in effetti lo era, ma che era stata aperta in un secondo momento, dall'interno o dall'esterno, da qualcuno, nel mentre che Watt era impegnato ad andare, avanti e indietro, dalla porta posteriore a quella principale, e dalla porta principale a quella posteriore."

A questo punto la persona a cui sto leggendo, che stava ascoltando attentamente dice:
- è la seconda!
Io rimango spiazzato. Mi sarei aspettato qualsiasi commento- "è brutto", "è bello", "l'ha scritto un pazzo", "sei brutto", "sei bello", "sei pazzo", eccetera - ma mai e poi mai un'osservazione "logica". Allora mi è sembrato di stare in un film di Nanni Moretti (in uno tipo Ecce Bombo- "siamo a Roma, non a Milano: "cacare", non "cagare", la "fica", non la "figa", "sta bene" non "sta d'un bene"; o Palombella rossa: "ma come parla?? le parole sono importanti! chi parla male, pensa male, e vive male!"), e mi è venuta voglia di urlare come avrebbe fatto lui: "Perché??? perché la seconda??? come fai a dire che è la seconda?? ma soprattutto perché senti il bisogno di dire che è la seconda??? Non c'entra niente!!!". 

Oltretutto il pezzo finiva così: 
" Di queste due spiegazioni Watt pensò che preferiva l'ultima, in quanto era la più bella."

- Ecco, ti ho detto che era la seconda.

venerdì 1 luglio 2011

Rumori.

è un mondo dannatamente rumoroso questo. Tant'è che stavo provando a dormire e invece non ci riesco, per varie manifestazioni dello stesso motivo: il rumore. La mamma non può fare a meno di urlare al figlio che sporca ogni posto in cui va (due volte per altro, come se lo volesse dire ad ogni orecchia: "dovunque vai sporchi! dovunque vai sporchi!"); i preti, innomediddio, non possono fare a meno di far suonare quelle dannate campane ogni quarto d'ora; la tortora esibisce continuamente le ristrette capacità del suo apparato fonatorio con un  "u uuu u, u uuu u, u uuu u" perpetuo; il vicino è convinto che a tutto il quartiere piaccia sentire la musica che piace a lui e quando piace a lui.
Comunque il rumore più fastidioso è quello dei semafori. Lo so, i semafori non dovrebbero far rumore. Fatto sta che oramai il verde non scatta, suona. Tu sei fermo perché il semaforo è rosso, magari hai pure fretta e aspetti impaziente il verde pronto a partire. Ma uno che suona il clacson appena vede il verde non può mancare. Io, come chiunque abbia una patente di guida (ma anche chi non ce l'ha, insomma tutti), so che quando è verde devo partire, e non parto controvoglia, non ho bisogno di qualcuno che mi sproni a partire. Allora, signore, perché suoni appena scatta il verde? Dimmelo. Vuoi far capire agli altri che ti sei accorto prima di loro? Sei il migliore, e la comunità sarebbe pronta ad ammetterlo, purché tu non suoni più quel dannato clacson. Guidare è stressante perché, oltre alle donne,esistono tizi come te.
Dunque, mentre non riuscivo a dormire ho pensato a come far desistere il signore dal suonare clacson appena vede il verde. Di seguito le mie proposte:

1. Entrare di soppiatto a casa sua durante la notte e acquattarsi vicino al suo letto. Appena suonerà la sua sveglia tirare fuori la trombetta da stadio e farla suonare nel suo orecchio ripetutamente. In seguito dirgli, anche se dubito che oramai riuscirà a sentire qualcosa (quindi scandire in un labiale chiaro) : "hai sentito? è suonata la tua sveglia, devi alzarti!"

2. Entrare con lui in ascensore. Lui arriverà al piano in cui deve scendere. A questo punto sbattere con forza i coperchi delle pentole in prossimità della sua testa, appena le porte cominceranno ad aprirsi, aggiungendo "signore, deve scendere".


Ho smesso di provare a dormire molto presto, quindi non ho elaborato altre proposte.

lunedì 27 giugno 2011

parole sì parole no

A volte mancano le parole per descrivere una situazione. No, non è l'inizio di un post che vuole narrare l'incredibile, anzi l'innefabile. Dico proprio sul serio, a volte non ci stanno le parole. In effetti mi sono espresso male, avrei dovuto meglio dire: a volte manca una parola. Ad esempio non c'è una parola che significhi "mi sono alzato alle sette", e non c'è perché non ce n'e mai stato bisogno. Non intendo dire che non ci sia una persona che in qualche epoca si sia alzata alle sette e che magari abbia sentito la necessità di esprimerlo, anzi. Intendo dire che questa persona, in questo caso, direbbe "mi sono alzato alle sette" senza pensare "cavolo se ci fosse una parola per dire "mi sono alzato alle sette" sarebbe molto meglio". Se fosse stato molto meglio, probabilmente quella parola sarebbe esistita. Perché le lingue sono così: se hanno bisogno di qualcosa ce l'hanno. Molte lingue sono morte perché quello che avevano non bastava più alle persone, perché altre lingue erano più utili o perché le persone a forza di usare le lingue le hanno un po' cambiate, a seconda di come erano più utili.
Comunque in una lingua il verbo è la parola più importante. Tant'è che non esistono lingue senza verbi (a parte il Kēlen, ma solo perché se la sono inventata apposta nel 1980. Non mi risulta che sia insegnata in qualche scuola o che qualcuno che vuole essere preso sul serio la usi). I latini l'avevano capito così bene che "verbum" significava "parola". Senza verbi non solo non si va da nessuna parte, ma non puoi neanche dirlo (puoi dire "tutti là no" o "tutti qui non là", ma non è la stessa cosa, è decisamente peggio). I verbi sono importanti perché ti dicono cosa sta succedendo, e, in questo mondo, succede sempre qualcosa. In qualsiasi momento stai facendo qualcosa. Per riuscire a non fare veramente niente devi morire, e allora non avrai bisogno di parole, né tantomeno di verbi. è per questo che i morti non parlano. Magari ti stai decomponendo, o puzzi, ma questa è una cosa che riguarda i vivi. Anche se sono molto importanti i verbi non ci sono tutti, anzi la maggior parte non esistono. Abbiamo scelto quelli più utili, per esprimere altre cose usiamo un po' più di parole.
Quando sono arrivati i pomodori e le patate dall'America in Europa, nessun europeo ha detto "finalmente sono arrivati i pomodori  e le patate", avrà piuttosto detto "che roba è? come si chiama?". In Itaia qualcuno avrà detto più o meno così "questi gialli [i pomodori tanto tempo fa erano gialli] e a forma di mela potremmo chiamarli pomi d'oro, ma per sbrigarci facciamo pomodoro, e quest'altre gialle...non sembrano niente, come le chiamavano in America? ah batata? vabeh allora noi la chiamiamo patata."; in Francia qualcuno avrà detto più o meno così "dunque queste gialle escono dalla terra e potremmo chiamarle "pomme de terre"...questi altri invece..come li chiamavano in Amrica? ah tomati? allora noi li chiamiamo tomatoe". In Inghilterra non si sono sforzati più di tanto e l'hanno chiamati tomato e potato.
Insomma se non c'è una parola e ne abbiamo bisogno ce la inventiamo oppure la rubiamo a qualche lingua che già ce l'ha. Quelle che non servono non ce le inventiamo, che tanto non ce le ricorderemo mai tutte. Per ricordarsele tutte bisognerebbe essere Funes, che però non è mai esistito veramente. Borges ha scritto la storia di Funes, che era un tale che si ricordava tutto. Poteva ripercorrere con la mente istante per istante la sua vita, non lo faceva perché gli sarebbe occorso tutto il tempo che aveva vissuto fino a quel momento. Funes si stupiva anche che ci fosse una sola parola per indicare un albero illuminato dalla luce di mezzogiorno e lo stesso albero illuminato dalla luce delle sette di sera. è sicuramente vero che quell'albero cambia a seconda della luce che lo illumina, ma Funes non si sarebbe stupito se avesse avuto la memoria degli uomini, che a volte non trovano neanche le parole che esistono.
Tutto questo per dire che l'altro giorno volevo "non scrivere", anzi stavo "non scrivendo", nel senso che mi stavo trattenendo dal farlo. Cioè che l'avrei fatto ma stavo appositamente non facendolo, quindi stavo proprio "non scrivendo". Ma se non ci sono verbi per dire le cose che uno fa (tipo per "lavarsi i denti" non c'è un verbo) figurati se ci sono per le cose che uno non fa.

Fatto sta che ne avevo bisogno.

Forse nel mondo di Funes esisterebbero tutte le parole del mondo (di Funes), quindi infinite parole e nessuno farebbe fatica a ricordarle. Ma poi sarebbero troppe, e sarebbero tutte uguali. Non lascerebbero neanche un piccolissimo spazio all'interpretazione di chi le legge, o chi le ascolta. Troppa definizione. Sarebbe funesto.

lunedì 13 giugno 2011

La gente si è ricordata di vivere in una democrazia

Il quorum è stato raggiunto, mi sono ricordato di avere un blog e quindi scrivo che sono contento.
F

martedì 24 maggio 2011

Avventura di un blogger

Un blogger si sedette sulla sua sedia davanti al computer acceso, convinto a scrivere un nuovo post. Posò le mani sulla tastiera, sospirando. Ma subito si voltò verso sinistra, verso la finestra aperta e si accorse, con comprensibile disappunto, che gli mancava qualcosa di indispensabile per iniziare a scrivere. Eppure, lo avrebbe giurato, era lì fino ad un attimo prima, con lui- dentro di lui, possiamo dire. Che l'avesse smarrita in quel breve istante in cui aveva sospirato? O l'ha persa di vista quando si è voltato verso la finetra-e magari è uscita proprio da lì, dalla finestra aperta? Non sapeva spiegarsi come fosse accaduto, e soprattutto dove fosse finita. Il blogger non si perse d'animo. Superato il disappunto iniziale, si decise a ritrovarla (necessariamente:  non avrebbe potuto scrivere quello che aveva in mente fino a poco prima). Sicuramente era lì da qualche parte, non poteva essersi allontata molto. Si alzò e per prima cosa chiuse la finestra. Si sedette nuovamente, forse sarebbe tornata tra qualche istante, forse addirittura era lì e lui non se ne accorgeva. Per un attimo gli sembrò di vederla e posò subito le mani sulla tastiera. Stavolta non sospirò, ma poco dopo appiattì le labbra su una sensazione di disagio. Si accorse che lì proprio non c'era. E forse, non lo avrebbe giurato ma ora gli sembrava più che probabile, l'aveva persa ancora prima di mettersi a sedere la prima volta. Allora si alzò e andò a cercarla. Dov'era stato? L'aveva lasciata in cucina mentre faceva il caffè? La cercò, fra la polvere e la caffettiera. Forse sul letto mentre leggeva? Fra i cuscini non c'era, e non era neanche nascosta fra le righe del libro che stava leggendo poco prima, di cui rilesse, inutilmente, le ultime pagine. Non l'avrà lasciata in bagno? Sì, forse mentre si faceva la barba (o ancora prima sotto la doccia?). Ecco- si ricordò- l'ultima volta che l'aveva vista nitidamente era proprio sotto la doccia. Vi entrò di nuovo e riaprì l'acqua. Nudo e pulito sotto la doccia che aveva usato da poco, ingobbito con il pollice el'indice della mano destra che incorniciavano il mento, e nessuna traccia di quello che cercava. Eppure prima era lì, nella doccia, di questo ne era sicuro. Almeno quanto lo era del fatto che ora, lì, quello che stava cercando non c'era più. Pensò che, forse, l'aveva persa proprio lavandosi per la prima volta. Ce l'aveva prima di entrare nella doccia e poi se l'era sciacquata via, e ora aveva peggiorato la situazione, facendosi di nuovo la doccia. Si ricordò della finestra, l'aveva chiusa! E se fosse davvero uscita di lì proprio mentre stava per scrivere? Si precipitò ad aprire la finestra. Si affacciò. Neanche a dirlo, non la vide. Accese lo stereo e riascoltò le ultime canzoni (che si fosse nascosta in una di loro?). Note note, niente di nuovo. Rassegnato si buttò sulla sedia, davanti al faccione quadrato del computer. Sospirò. Si guardò di nuovo intorno, a destra e a sinistra,verso la finestra, ma senza la speranza di ritrovare ciò che cercava. Si rese conto che l'idea che aveva per quel post era uscita definitivamente da lui, dalla sua casa e forse dal mondo. Non c'era più e inutile era stato cercarla dappertutto. Quindi posò le mani sulla tastiera, sospirò, e iniziò a scrivere.

lunedì 16 maggio 2011

sguardi randagi

Era mezzanotte passata quando una ragazza,sui vent'anni, chiudeva il garage senza badare al rumore che spargeva nella notte. Il garage era in fondo a una ripida discesa e ora le toccava risalire, stanca com'era, con tutte le borse che aveva. Arrivò in cima, sulla strada, con il fiatone e pensò che la vista dei cassonetti della spazzatura - che ancora non aveva guardato, ma che sapeva essere lì davanti, dall'altra parte della strada- non era la giusta ricompensa. Li guardò come per cercare una conferma. Che non arrivò. Stavolta infatti c'era un gatto, piccolissimo, nascosto per metà dietro uno dei cassonetti. L'altra metà guardava la ragazza, la quale a sua volta fissava metà muso, metà corpo e la zampa del gatto. Per la verità non sembrava che stesse nascondendosi, ma che stesse aspettando qualcuno. Questo almeno pensò la ragazza guardando quel mezzo sguardo lanciato da dietro al cassonetto. Il gatto allora, piegando il collo, fece sporgere tutto il muso, lasciando il resto del corpo per metà nascosto. La ragazza per un attimo pensò che aveva ragione, che quel gatto aspettava in disparte qualcuno che ora era arrivato e che quindi ora rinforzava lo sguardo mostrando entrambi i piccoli occhi come per dire "eccoti finalmente... sono qui, dietro il cassonetto". Per un attimo pensò questo, mentre si riconosceva in quello sguardo. Ma subito si convinse che quello era un gatto randagio, che se si fosse avvicinata sarebbe subito scappato. Superò i cassonetti e si diresse verso casa. Dopo pochi passi si fermò. Il gatto era rimasto lì, aveva solo rialzato il muso, nascondendolo di nuovo per metà. La persona che stava aspettando non era quella ragazza, che se n'era andata, e lui si era rimesso ad aspettare. La ragazza tornò indietro e lo ritrovò lì, con lo stesso sguardo, ad aspettare. Ora era molto vicina al gatto, e si meravigliò che non fosse scappato sentendo dei passi che si avvicinivano. Provò diffidente ad accazzerarlo. Il gatto non si mosse mentre la mano della ragazza si avvicinava, e appena lei toccò il suo muso, il gatto si sdraiò per terra iniziando a giocare con le dita della ragazza, dando piccoli morsi e afferrandole con le zampe. La ragazza, meravigliata, si piegò sulle ginocchia e rimase per un po' a giocare con il gatto alla luce fioca di un lampione che a stento illuminava quella strada deserta, con le borse ancora in spalla, piene di stanchezza, ma con il sorriso sulle labbra. Decise di andare via con la speranza che il gatto la seguisse, almeno per alcuni passi. Si alzò, il gatto rimase per un attimo disorientato, poi si rimise in piedi pure lui e forse guardò la ragazza andarsene. Lei guardò più volte indietro, ricercando quello sguardo che conosceva. Voleva che il gatto la seguisse. Ma tornò a casa, randagia.

giovedì 5 maggio 2011

sottofondo

L'altroieri, alla feltrinelli di Roma sulla via Appia, c'era la presentazione del libro più dvd de 'La pecora nera'. Fra le altre cose si è parlato del fatto che siamo sempre accompagnati da un suono, una musica di sottofondo o anche un semplice ronzio, e a volte neanche ce ne accorgiamo, perché è un rumore costante, e ci facciamo l'abitudine: quanti di noi presenti alla presentazione, per esempio, si sono accorti del rumore del condizionatore della feltrinelli? Eppure, facendoci caso, si sentiva anche quando Celestini ha ricominciato a parlare del suo film. Un suo amico gli ha raccontato che nell'albergo dove alloggiava, a New York, si era accorto che in tutte le sale e i corridoi c'era un ronzio costante. Nelle camere c'era un interretture per regolarne il volume, o spegnerlo. Ma in tutto l'albergo c'era continuamente questo ronzio, che serviva per non far sentire il traffico esterno. Cioè tu senti il ronzio, ti ci abitui e non lo senti più, però intanto il ronzio ha ovattato i clacson e i motori di fuori.
Un paio di anni fa, ero dal dentista. Io avevo finito, mentre mio padre era ancora sulla poltrona del paziente. Quando entrai vidi lui (seduto e con uno specchietto in mano intento a vedere la differenza tra il suo dente nuovo e tutti gli altri), il dentista e l'assistente erano in piedi, vicino alla poltrona. C'era qualcosa di familiare nella stanza, e non mi riferisco a mio papà. Per un attimo stettu in piedi a fissare qualcosa a caso cercando di capire perché quella sala mi faceva pensare a quando andavo a scuola, da piccolo, accompagnato da mia madre. Ci misi un po' per riuscire a sentire che, non so da dove, proveniva a bassissimo volume una canzone che ascoltavo sempre, appena entrato nella macchina di mamma e dopo aver messo la solita cassetta. Era un suono lievissimo, quello che basta per annullare un silenzio che dal dentista non deve esserci. Ci misi un po' a riconoscere 'my name is luka' di Suzanne Vega. In quel momento ascoltavo la canzone e i miei pensieri, mentre le chiacchiere del dentista e dell'assistente erano il sottofondo. Fino a quando la voce dell'assistente non disse il mio nome. L'attenzione si spostò dalla canzone alla sua bocca, che però aveva finito di parlare. Mi era parso di cogliere un tono interrogativo. Ma cosa mi aveva chiesto? Forse vedendomi concentrato, magari fissando mio padre o il dentista o lei stessa senza accorgermene, mi aveva chiesto un parere su qualcosa. Ma su cosa? Cosa dovevo rispondere? Dissi solo: "beh, c'è anche una bella canzone". L'assistente e il dentista mi guardarono perplessi. Forse loro non la stavano ascoltando.

martedì 12 aprile 2011

meritocrazia

L'altra notte, circa sei mesi fa, ho perso il cellulare: mi è caduto dalla tasca mentre correvo in una via vicino casa mia, nella periferia di Roma. Tornato a casa mi dicono che ha chiamato un ragazzo che diceva di aver trovato il mio cellulare per strada. Faccio il mio numero e risponde il ragazzo, con una voce cupa e nasale ma vivace: "l'ho trovato per terra e l'ho preso..io mo' sto a trastevere se vòi venì s' encontramo qua...sennò quanno te pare...me trovi all'alimentari..c'hai presente quello là..eh sì, bravo..quello! domani sto là tutto er giorno". Sono stato fortunato, penso. Non tanto per il valore del cellulare che sarà sulla ventina di euro, ma perchè non mi dovrò abituare a un cellulare nuovo, non dovrò recuperare i numeri e perché trovare uno che trova il tuo cellulare e te lo ridà fa sempre piacere. Il giorno dopo vado in bici all'alimentari pensando a come farò a riconoscerlo e a cosa dovrò dire, ma mi viene in mente solo una battuta ("a me fai mezz' etto di cellulare grazie"). Non so come fare a ritrovare il ragazzo quindi chiedo al primo non cliente dell'alimentari che vedo: il cassiere. "ciao, io ieri sera ho perso il cellu..", "ah, sei te". Rimango un attimo disorientato: dall'arroganza e dal tono della voce, che non era sicuramente quella di ieri sera. In quell'attimo lui tira fuori il mio telefono e lo lascia cadere sul rullo dove si mettono i prodotti da far passare alla cassa. "Sei stato fortunato, eh. La prossima volta devi sta più attento" aggiunge. "Ammazza quanto sei stronzo", penso mentre prendo il cellulare. "Ringrazia da parte mia il ragazzo che l'ha trovato" dico.

domenica 10 aprile 2011

psicometria

Da un po' di tempo quello che mi appartiene del mondo sensibile riguarda le forme geometriche. A partire dal "panorama" visibile dalla finestra di casa: i palazzi sono parallelepipedi perfetti, illuminati dal sole su una sola facctaia che rischiara un lato: dallo spigolo in poi il colore è più scuro; ma più che i palazzi-80% del panorama- mi catturano le decine di parabole sulla loro cima: perfetti cerchi bianchi, ora affascinanti per quanto brutti. Della caffettiera: la base ottagonale, l'imbuto circolare, la testa circolare ai piedi e col cappello di nuovo ottagonale. I quattro cerchi del gas e la simmetria delle fiamme accese. La caffeina (se è lei) che forma -sulla superficie piatta, nera, omogenea, circolare del caffè in tazzina- spirali; del fumo solo quelle. Dei panni appesi la simmetria dovuta alla simmetria del corpo: anche la natura è geometria, dalle pietre al DNA. Non quello che c'è fuori ma i rombi dell'inferriata o i quadrati minuscoli della zanzariera, lì si ferma la mente se la vista procede. Sarà colpa delle lezioni sul formalismo di Fritz Lang. Sarà colpa del mondo non sensibile: fuori tutto è geometria e tutto ha un disegno. Fuori.
L

martedì 5 aprile 2011

change change change

Oggi, cenando, ho visto la pubblicità della linea di biciclette B'Twin. Non avevo mai visto una pubblicità di una bicicletta. "Questo perché quando in Italia arrivava il televisore, la bici passava di moda!" - ha detto mio padre.
Che la tv abbia le ore contate?